Dakshinkali, tempio dei sacrifici: il Nepal feroce

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Cruento, mistico. Atroce, a tratti.
Isola lugubre oltre quel ponticello, incubo irrazionale all’ombra di Kathmandu, il Tempio Dakshinkali.

Scorre il rosso del Nepal. Il rosso del tika. Il rosso del sangue.
Sul pavimento a piastrelle in cemento, davanti al dorato tempio dei sacrifici animali, ricoperto da enormi serpenti, dove i piedi nudi degli induisti camminano senza alcun indugio.

Uccelli di ogni genere sbattono le ali violenti, e volano come ossessi. Scuri. Tetri.
La fiamma delle candele si muove sinuosa come un fantasma. Come un serpente. Al ritmo lento del vento che spira piano.
Vola una bianca colomba.

Da un buio capanno si alza una striscia di fumo. Non ci è concesso varcare quegli ingressi.
Perché noi non siamo induisti. E non ci è permesso accedere a questi spazi occulti.
Forse, va bene cosi.

Un odore forte e acre colpisce l’olfatto, d’improvviso.
Dura un istante soltanto. Poi, un alito d’aria lo soffia via lontano.
Mi sembra di udire un lamento. Un suono sordo.

Rintoccano cupe campane.

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